LA CASA, LE FESTE, GLI DEI

 

TRADIZIONI E usanze

I mongoli sono gente incredibilmente ospitale, tranquilla e tollerante. Essi amano i grandi silenzi della steppa e i comportamenti contenuti, ispirati a un’educazione severa e a una profonda spiritualità, che li ha temprati a superare ogni ostacolo e ogni difficoltà. Lo stile di vita nomade li ha abituati ad usufruire dell’essenziale e ad adattarsi ai ritmi della natura, a volte amichevole, spesso spietata. Fieri e orgogliosi cavalieri, nei loro cuori alberga il ricordo di Genghis Khan, il geniale e implacabile artefice del più grande impero della storia.

 

La Gher

La maggior parte dei mongoli vive in una tenda circolare di feltro bianco, chiamata gher. Con essa, i nomadi della steppa sopravvivono da almeno tre millenni ai rigori dell’inverno siberiano. Pur essendo improntato a un modo di vita semplice e frugale, l'arredamento è curato e ricco di allegri colori. Al centro c'è una stufa metallica che fa da cucina e da impianto di riscaldamento. Come combustibile viene utilizzata la legna oppure lo sterco equino e bovino.

La parete verticale interna è costituita da una griglia circolare di stecche di legno (hana), sulla quale poggiano le pertiche di sostegno (uni) del tetto, che si incontrano alla sommità della tenda con un cerchio di legno (toono), dal quale fuoriesce un tubo che fa da camino. Due colonne a T (bagana), poggiate al centro della gher, sostengono tutta la struttura. La porta d’ingresso (kalga) è sempre rivolta a sud, per usufruire del calore e della luce del sole. All’esterno, la struttura è ricoperta con feltro, pelli e altri materiali impermeabili.

Il paesaggio mongolo è costellato da queste abitazioni, perfettamente funzionali alle necessità imposte dai frequenti spostamenti, al seguito degli animali al pascolo. La gher e la vita che in essa vi si svolge sono inoltre improntate a ben definiti canoni religiosi e tradizionali. La disposizione interna delle persone e delle cose osserva intricate simbologie, ispirate alle credenze religiose e sciamaniche; per cui tutto deve avere un posto e ognuno deve entrare, uscire o sedersi secondo determinate regole. In linea di massima bisogna muoversi in senso orario – in omaggio al sole – e fare attenzione a non urtare o calpestare il gradino della soglia (bosgot), perché porterebbe sfortuna.

 

Il Naadam

Per descrivere il Naadam, la festa nazionale mongola, non potremmo trovare parole più belle di quelle di Emanuela Audisio, su La Repubblica del 12 luglio 2004.

 

ULAANBAATAR - C'era una volta, vi avranno detto. Se venite nella steppa c'è ancora. L'Olimpiade. Semplice, umile, grande. Quella dove si arriva a cavallo, dove ci si lava nel fiume, dove si attraversa a piedi la ferrovia transmongolica, che dalla Russia va fino in Cina, dove le donne, con lunghi abiti di seta, borsetta e orecchini, tirano con l'arco.
Dove si lotta non su tappeti sintetici, ma su prati di camomilla, origano, cardo selvatico e cavallette, con le frecce di legno di salice e di penne di avvoltoio, dove il cielo è blu, senza scritte pubblicitarie, dove i lottatori dopo aver scaraventato a terra l'avversario non si mettono la tuta dello sponsor, ma una veste di pelle di daino sulle mutande colorate.

E' il Naadam, la festa con cui la Mongolia celebra la sua indipendenza (1921), che rimanda a un tempo lontano in cui un uomo si trovò ad affrontare un mostro a cinque teste. Alla fine il mostro fu sconfitto nella lotta, nella corsa a cavallo, nel tiro.
Il Naadam è la seconda Olimpiade più antica del mondo, dura tre giorni. E' un modo vecchio di giocare ai giochi, di radunarsi, di fare sport. Senza metaldetector, stress, security. Senza parole inglesi. Senza Casa Italia, meglio i baracchini con spiedini di montone e anguria.(...) Oggi c'è Ulaanbaatar, capitale della Mongolia: aperta, autentica, ubriaca.

Atmosfera da incrocio del mondo, da circo allegro. Sembra che oggi tutti i due milioni e mezzo di mongoli siano accorsi qui. Nello stadio per entrare bisogna spingere, fuori ci sono anche i bagarini.

 

Per la gara di tiro con l'arco arrivano intere famiglie: mamma, bambino, bambina, papà. Vestiti di arancione e di azzurro, con il del, l'abito tradizionale e i gutul, gli stivali facili da infilare, senza differenza tra il destro e il sinistro, la punta è all'insù per motivi religiosi, così si uccidono meno insetti. I bersagli sono degli anelli colorati posti a 75 metri per gli uomini e 60 per le donne.(...) Gli uomini si mettono in fila, tirano uno dopo l'altro, i più bravi sul cappello hanno una punta d'argento. Molti parlano al cellulare.

Tseveen ha 80 anni, una moglie e tre figli, di mestiere ha fatto l'uomo che sussurrava ai cavalli, quello che domava gli animali più ribelli. E' alto, grosso, imponente. E' vestito di verde, con tre medaglie sul petto, e una specie di cravatta di raso rossa che scende dal cappello. Con un laccio di pelle si lega la manica in modo che non penda, ha due fessure da lupo al posto degli occhi, forse la miopia, tende l'arco fin sopra la guancia e tira verso il cielo.

In un altro posto gli griderebbero "nonno, vattene a casa", qui davanti a lui tutti si inchinano. Gli si può parlare sul campo di gara. A cosa pensa quando tira? "Ascolto il vento, la sua direzione". Il buddismo aiuta la concentrazione? "Non c'è dio nelle frecce, inutile scomodarlo per la mira, meglio mettere in azione la propria forza". Baggio è servito.

Ah, c'è anche la musica. Altri arcieri intonano nenie, mentre aspettano il loro turno. I giudici dall'altra parte del campo corrono a scansarsi davanti alla pioggia di frecce. E' un miracolo che non vengano infilzati. Esprimono il loro giudizio sul tiro alzando le braccia e emettendo un grido tradizionale. A vederseli davanti, questa fila di arcieri, dagli zigomi alti, dagli abiti colorati, dallo sguardo guerriero, si capisce lo sgomento che provarono gli europei per la prima volta davanti ai mongoli. Dietro il braccio che impugna l'arco c'è molto più di una tecnica, come vedere una zingara ballare davanti al fuoco.

 

Un'altra prova olimpica è la lotta. Non c'è limite di peso, né di durata di tempo. Certe sofisticherie in Mongolia non vengono apprezzate. Più grossi si è, meglio è. Se si ha curiosità sui propri chili, ci si può sempre pesare da un vecchietto fuori dallo stadio, che per un cent vi farà salire sulla sua bilancia. Dice un detto locale: "Se hai paura non farlo, se lo fai non avere paura". La lotta è fatta di prese, e se il tuo uomo non molla puoi stargli avvinghiato anche quattro ore. Che fretta c'è? Non vai mica fuori orario. Qui non comanda la tv, ma la fatica che ci vuole per ribaltare l'avversario.

La corsa dei cavalli sembra un film di John Ford. Ci si sposta sulla steppa appena fuori Ulaanbaatar. Cavalli dappertutto: a destra, a sinistra, sulle colline, in pianura. Generale, dietro la collina ci sta la notte crucca e assassina, cantava De Gregori. Qui ci stanno quasi mille animali, lanciati al galoppo. La Mongolia ha 30 milioni di bestie, in media ogni abitante ne ha dodici. Gengis Khan conquistò il mondo senza mai scendere da cavallo e l'unica volta che fu costretto a farlo, per una caduta, morì. Anche gli spettatori sono arrivati non su quattro ruote ma su quattro zampe. La razza mongola è un incrocio tra i mustang e i berberi, sono animali piccoli, ma veloci.
Tutta la steppa oggi è il campo di gara. Scordatevi tribune e mixedzone. Tra escrementi, liquidi, bave gialle, chiappe sudate, si è spinti, stretti, calpestati da file di animali. Quando all'improvviso in fondo alle valle, tra le montagne, si leva una colonna di polvere. La corsa è partita. Venticinque chilometri più in là. C'è tempo e spazio per le scorrettezze.


Dopo meno di un'ora l'aria cambia, il rumore del temporale lontano si fa più vicino, la terra comincia a vibrare, i puledri degli spettatori s'innervosiscono, fremono, si agitano. Molti scappano, piombano sulla folla, c'è una fuggi fuggi generale. La corsa sta arrivando. Non c'è né annuncio né telecronaca. Il primo cavallo arriva solo, senza nessuno in groppa. Ma il regolamento non è quello del Palio di Siena, qui il cavallo scosso non vale. In sella bambini e bambine di sei-sette anni. Qui è la vita dura che ti laurea fantino, il dover guardare la bestie, non la lezioni ai Jockey Club. Gli altri della famiglia si precipitano a togliere il sudore del cavallo con un raschietto fatto col becco di un pellicano.


Nemehbaatar viene da una provincia lontana. Il suo nome significa "più di un eroe", ha 25 anni, gliene date il doppio. Possiede più di cento cavalli, è arrivato nella capitale con i suoi due figli, e ora tornerà a casa. Il gioco del pallone non gli interessa, nemmeno ai suoi bambini, che preferiscono la lotta e tirare calci negli stinchi.(...) da un bidone di alluminio escono pezzi di capra, cotti con pietre arroventate e da una pentola lo stufato di montone, con grossi pezzi di grasso. Nella ciotola ci si passa l'airag, latte di cavalla fermentato, che può arrivare a dodici gradi di volume alcolico. Nemehbaatar ci metterà più di cinque giorni per tornare a casa. A cavallo, si capisce. A lui non interessa il villaggio olimpico. In viaggio monterà la gher, la tenda mongola, da secoli dimora di tutti i nomadi: uno scheletro di tronchi di betulla ricoperto da feltro e pelli. Nemehbaatar è scettico. (...) su chi non ama i cavalli. Chiede: "Sai cavalcare?". Un po'. "Sai sgozzare una pecora?". No. "Voi europei siete proprio inutili". Il Naadam oggi è tutto quello che abbiamo perso. (...)

 

Estratto da un articolo di Emanuela Audisio, inviato del quotidiano La Repubblica al Naadam di Ulaan Baatar - La Repubblica, 12 luglio 2004

 

Le credenze religiose

Tra le numerose divinità mongole, un posto particolare spetta al dio supremo, Koke Mongke Tengri, l'Eterno Cielo Blu, che è il principio ordinatore dell’Universo. Al di sotto di esso vi è un pantheon di 99 Tengri, spesso associati fra loro: i 4 Tengri dei punti cardinali, i 5 Tengri dei venti, i 7 Tengri del tuono, oltre a Herlig Khan, il Tengri del mondo sotterraneo e della morte. La stessa Madre Terra, Etughen, è popolata da innumerevoli divinità: Natigai (protettrice delle donne, del bestiame e dei raccolti), Umai (la placenta), gli Spiriti delle Montagne e delle Foreste Sacre, gli Spiriti Protettori dei luoghi.

Uno degli dei più antichi e importanti è Tsagaan Ebughen tengr (dio vecchio uomo bianco), che più tardi verrà arruolato tra le classiche divinità buddiste ed è presente anche nelle danze rituali Tzam.

Oltre al supremo dio celeste, alla Terra Madre e agli altri spiriti minori, una speciale venerazione è rivolta a laghi, fiumi e sorgenti. La Yassah, il codice di leggi emanato da Genghis Khan, proibiva di inquinarli, pena la morte.

Anche gli spiriti degli antenati sono venerati: Genghis Khan fu oggetto di culto e gli vennero eretti quattro altari ai quattro angoli del suo impero; unico superstite dei quali è quello degli Ordos, nella Mongolia interna, in territorio cinese.

 

Nella religiosità mongola sia il Tengri supremo che gli Spiriti Protettori dei luoghi, devono sempre essere ricordati nelle preghiere e omaggiati con offerte, per assicurarsene il favore e scongiurare la loro ira. Genghis Khan, prima di ogni importante battaglia, saliva sulla vetta di una montagna sacra (Burkhan Khaldun), si prostrava nove volte in ginocchio facendo abluzioni con l’airag (latte di giumenta fermentato), pregando la divinità suprema.

L’antico mondo sacro, tramandato nei miti e nelle leggende popolari, si è conservato sino ai nostri giorni nello sciamanesimo, anche se dal XVI secolo in poi si è integrato col buddismo lamaista, dando luogo a forme di sincretismo. Gli sciamani, sia uomini (boo) che donne (idughan), avevano la funzione di stabilire attraverso rituali sacrificali ed estatici, un contatto col mondo degli dei. La preferenza mongola per il lamaismo è sicuramente determinata dalle componenti esoteriche e magiche del lamaismo stesso, che trovò un punto di contattto con lo sciamanesimo e con la figura dello sciamano, visto come stregone, fabbro-mago a cui affidarsi per la risoluzione di problemi di varia natura.

Attualmente la religione dominante è il buddismo lamaista, di origine tibetana, ma lo sciamanesimo è ancora presente in Mongolia, specialmente al Nord.

Fin dai tempi più remoti lo sciamanesimo ha rappresentato per i popoli centro-asiatici e siberiani la formula più comune di religiosità. Quando Altan Khan nel XVI secolo proclamò il buddismo religione ufficiale della Mongolia, il nuovo credo dovette lottare a lungo per imporsi, giungendo a perseguitare i fedeli dello sciamanesimo. A sua volta è stato costretto ad incorporare in sé aspetti e credenze, divinità ed eroi della fede antagonista. Ciò permise un profondo radicamento del buddismo lamaista, tanto che a un certo punto quasi ogni famiglia mongola aveva almeno un figlio monaco, fino a comprendere circa un terzo dell'intera popolazione.

Nonostante l'indubbio successo del lamaismo di origine tibetana, la religione sciamanica non è mai scomparsa: le divinità ancestrali si sono trasformate in antenati dell’aristocrazia o in dei buddisti, con funzione di guardiani dei templi.

Con l’arrivo del comunismo sovietico, la maggior parte dei monasteri è stata distrutta e migliaia di monaci sono stati passati per le armi. Tuttavia le vecchie tradizioni persistono e riaffiorano nei gesti quotidiani e nelle feste.

L'undici luglio di ogni anno in Mongolia si celebra il Naadam, la grande festa nazionale in cui i partecipanti arrivano da ogni angolo del paese e si confrontano nel tiro con l’arco, nella lotta e nella corsa dei cavalli.

Le antiche usanze mantengono tutta la loro vitalità nelle cerimonie nuziali, nella festa del nuovo anno lunare e nella celebrazione dello Tsagaan Sar, il "Mese bianco". Anche i cibi sacri vengono considerati tsagaan, alimenti "bianchi", come il latte di capra, di mucca, di yak, di cammella, lo yogurt, il latte di giumenta fermentato (airag) e i liquori di latte (archì).

Il culto forse più importante per poter meglio conoscere la funzione degli sciamani è però quello del fuoco. Il culto del fuoco è uno dei più antichi concetti religiosi mongoli, peraltro comune a quasi tutte le etnie centro-asiatiche e siberiane. L'adorazione del fuoco è chiaramente simboleggiata da una cerimonia che avviene gli ultimi giorni dell'anno lunare, con l'offerta di un osso di pecora e con la recitazione di speciali invocazioni. Il fuoco presiede inoltre ad altri importanti momenti della vita nomade, come ad esempio alle speciali libagioni durante il solstizio estivo o durante le cerimonie matrimoniali. Esso non deve essere calpestato, non si può orinarvi sopra, né vi si possono gettare rifiuti di cibo o altro.

Una culto particolare è dedicato agli onnipresenti Ovoo, cumuli di pietre posti sulle alture, sui passi montani, lungo le piste più importanti e ai loro crocevia. Si crede che presso gli Ovoo si riuniscano gli Spiriti della natura. I pastori nomadi invocano la protezione di queste potenze col dono di un sasso, di piccoli oggetti, denaro, sigarette o altro, gettati sull’Ovoo. Ogni viandante, dopo aver fatto la sua offerta a questa dimora degli Spiriti Protettori, compie tre giri completi in senso orario intorno ad essa, in armonia col Nariin, il percorso del Sole.